3/10/13

Lezione di Storia


Tra i motivi di decadenza dell'impero romano ci sono ovviamente anche importanti questioni economiche e monetarie. Significativi era sicuramente i costi  degli apparati burocratici e militari, spesso irriducibili ma sempre meno sopportabili dal sistema economico e sociale. Nel contesto c'erano poi noti aspetti demografici.

Sia il sociologo Max Weber con ''Le ragioni sociali del tramonto della cultura antica" sia lo storico Gunnar Mickwitz con ''Denaro ed economia nell'impero romano del quarto secolo" si sono occupati di alcuni degli aspetti sociali ed economici. E non sono stati i soli.

In particolare alcuni studiosi  evidenziarono il contrasto creatosi -ad un certo punto- fra il fisco romano che talora preferiva riscuotere prestazioni in natura -tramite l'annona militare e le requisizioni- ed i contribuenti che invece avrebbero preferito assolvere ai loro obblighi con pagamenti in monete.


Nei primi due secoli dell'Impero romano lo sviluppo dell'economia si era basato essenzialmente sulle conquiste militari, che avevano procurato terre da distribuire ai legionari o ai ricchi senatori, merci da commerciare e schiavi da sfruttare in lavori a costo zero.Per questo motivo l'economia appariva prospera ("secolo d'oro"). In realtà restava in una condizione di stagnazione, che divenne decadenza (declino della produzione agricola e contrazione dei grandi flussi commerciali) con la conclusione della fase delle grandi guerre di conquista (116 d.C., conquista romana di Ctesifonte, capitale dell'impero partico). L'Impero romano, infatti, da un lato si dimostrò incapace di realizzare uno sviluppo economico endogeno (non dipendente dalle conquiste)e dall'altro di ovviare all'aumento dei costi della spesa pubblica (la vera radice della crisi fu l'incremento del costo dell'esercito e della burocrazia)con un sistema fiscale più efficiente che oppressivo. La grave crisi che ne conseguì ne provocò gradualmente la decadenza, fino ad arrivare nel V secolo d.C. alla caduta della parte occidentale ad opera di popolazioni germaniche.


La situazione economica nel biennio 1846-1847 l'Italia, insieme a tutta l'Europa, aveva attraversato un periodo dicrisi, che aveva investito prima il settore agricolo, poi quello industriale e commerciale, diffondendo carestie, miseria e disoccupazione. Dopo poco più di un decennio, l'economia italiana ebbe una svolta: grazie all'unificazione,necessaria anche in campo economico, e allo sviluppo delle vie di comunicazione, iniziò un processo di crescita dell'agricoltura. Nel 1861 l'agricoltura in Italia era un'agricoltura povera, caratterizzata da una grande varietà di colture e di assetti produttivi. Nella zona irrigua della Pianura Padana si erano sviluppate, tra la fine del '700 e l'inizio dell'800,numerose aziende agricole moderne che univano l'agricoltura all'allevamento dei bovini, erano gestite con criteri capitalistici e impiegavano manodopera salariata. Nelle regioni del Nord esistevano inoltre grandi proprietà coltivate a cereali e le piccole aziende a conduzione familiare. Nell'Italia centrale era diffuso il sistema della mezzadria: la terra era divisa in poderi di piccole e medie dimensioni, dove venivano coltivati cereali e colture arboree. Il contadino e la sua famiglia lavoravano la terra e il ne dividevano il ricavato con il padrone; questo e i lavori di manutenzione del fondo, le spese per il bestiame e gli attrezzi agricoli erano quello che il contadino sottoscriveva con li contratto mezzadrile. Scendendo più a Sud, troviamo che nel Mezzogiorno convivevano due realtà: la prima è la realtà delle colture specializzate (ortaggi e frutta); l'altra è quella del latifondo, grandi distese di campi coltivati a grano amministrate ancora con i canoni feudali, dove i contratti agrari erano ancora arcaici e il rapporto fra i signori e i contadini erano caratterizzati da forme di dipendenza personale.L'unificazione economica del paese se da un lato portò allo sviluppo dell'agricoltura, dall'altro fu penalizzato il settore industriale: continuò a svilupparsi l'industria della seta, mentre declinarono le altre produzioni tessili e anche i settori siderurgico e meccanico non riuscirono a cogliere l'occasione offerta dallo sviluppo delle ferrovie come era accaduto in altri paesi europei. Inoltre i politici italiani erano convinti che il paese dovesse puntare sull'agricoltura come base della crescita economica e che lo sviluppo industriale sarebbe venuto in un eventuale futuro. L'espansione agricola degli anni `60-'70 consentì un'accumulazione di capitali che rese a sua volta possibile un ulteriore potenziamento delle infrastrutture indispensabili per il successivo sviluppo industriale. La costruzione delle vie di comunicazione aveva però portato a delle spese notevoli che unite alle spese sostenute per la guerra contro l'Austria del '66, portò ad un pesante deficit nel bilancio dello Stato. Per sanare questo deficit, i governi succedutisi fra il'66 e il '69 furono costretti ad attuare una durissima politica fiscale.



Tra il 1860 e il 1985 sono state registrate più di 29 milioni di partenze dall'Italia[1].Nell'arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all'ammontare della popolazione al momento dell'Unità d'Italia (23 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del Nord Africa.
Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole circa il 47% dell'intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (13,5%)[2].Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da CalabriaCampaniaPuglia e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia.
Si può distinguere l'emigrazione italiana in due grandi periodi: quello della grande emigrazione tra la fine del XIX secolo e gli anni trenta del XX secolo (dove fu preponderante l'emigrazione americana) e quello dell'emigrazione europea, che ha avuto inizio a partire dagli anni cinquanta.



Gli anni cinquanta, anche se sono stati caratterizzati da una grande instabilità politica, con la contrastata transizione dai governi di coalizione a quelli centristi, sono anche quelli del miracolo economico, con tassi di crescita del reddito vicini al 6%, secondi nel mondo dopo il Giappone, e con tassi di crescita delle esportazioni, superiori al 10%. Inizia a essere evidente un fenomeno che caratterizzerà la storia economica del Paese; imprese e imprenditori sono vaccinati contro le turbolenze e i corporativismi della classe politica. Vengono bruciate le tappe, secondo un modello di sviluppo centrato sulla produzione di beni di consumo durevoli (negli anni '60 l'Italia è al primo posto in Europa nella produzione di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie), sulla costruzione delle infrastrutture di base, sull'edilizia, sull'industria petrolchimica e sulla produzione dell'acciaio. Anche la politica monetaria è premiata, infatti, nel gennaio del 1960, il Financial Times attribuisce l'Oscar della moneta più stabile alla lira italiana. Inoltre fino a circa il 1965 il rapporto tra debito e Pil si mantiene sotto la soglia del 35%. Questo modello di sviluppo, dovuto a una felice combinazione di fatti in "circolo virtuoso", ha però in sé una crisi latente, esso infatti - a esclusione della chimica, che, con il premio nobel Giulio Natta, ci vede all'avanguardia nella produzione del polipropilene e dei polimeri pregiati - non riesce a sviluppare una endogena capacità di innovazione, in particolare, nella grande industria di stato. Cosicché, quasi compiuta la rincorsa ai paesi più industrializzati, quando alla fine degli anni sessanta si presenta una crisi economica mondiale, diversi settori industriali incontrano serie difficoltà a tenere il passo dei competitori esteri e cercano protezione tra le braccia dello stato. Enrico Mattei capostipite dei grandi commisi dell'industria pubblica, grazie agli ingenti utili derivanti dal monopolio del gas, finanzia partiti, correnti, giornali, uomini e corrompe tutto quanto può ostacolare la sua marcia. Con Mattei l'operazione di finanziamento clandestino dei partiti assunse proporzioni ciclopiche, e fu il punto di partenza della gigantesca corruzione che ha caratterizzato il sistema Italia fino ai giorni nostri. Da parte sua Mattei ammetteva «I partiti? Sono come i taxi. Li chiamo quando servono, perché mi portino dove voglio. Io pago la corsa!». Personalmente incorruttibile, fu uno dei maggiori corruttori della storia della Repubblica. Proprio perché l'Eni si identifica con Mattei, alla morte del suo ideatore, l'azienda perde slancio; i partiti si vendicano per essere stati considerati dei taxi e i democristiani, prima, e i socialisti, dopo, mettono il guinzaglio al cane a sei zampe. L'azienda perde di vista il proprio core business e diventa, lentamente, una “”corte dei miracoli, non per scelte industriali interne, ma per volontà dei partiti, un guazzabuglio di politica, intrighi e vecchi merletti””. Il miracolo economico degli anni cinquanta e sessanta è anche frutto di una politica sindacale moderata sul fronte delle rivendicazioni salariali: La moderazione all’interno delle fabbriche è compensata da un attivismo politico molto accentuato: I sindacati rappresentano infatti una potente cinghia di trasmissione della volontà dei partiti.


Negli anni sessanta-settanta l'impresa pubblica conosce il massimo sviluppo in termini quantitativi e di legittimazione, ma incominciano ad essere erogati i cosiddetti “fondi di dotazione”; inizia il declino dell’impresa pubblica che da risorsa del paese diventa lentamente un problema. L'Iri svolge un ruolo da protagonista nella siderurgia, nei trasporti (linee aeree e autostrade), nella telefonia, nei settori bancario, minerario, della metallurgia primaria, del cemento, dell'elettronica. L'Eni, superata la crisi conseguente alla morte di Mattei, impone al Paese un modello di sviluppo basato sugli idrocarburi. Nel 1958 viene istituito l'Egam (Ente autonomo di gestione per le aziende minerarie), una sinecura della Dc veneta, che si rivelerà un pozzo di perdite senza fondo (non si è mai saputo quanto abbia succhiato dei fondi di dotazione, ma, la sua liquidazione nel 1977 costò 550 miliardi di lire), Nel 1962 viene creato l'Efim (Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere) che si lancia in progetti industriali sempre più rischiosi e nei campi più disparati (nel 1990 arrivò a controllare più di 100 imprese). Nel 1971 nasce la Gepi (Gestione esercizio partecipazioni industriali) allo scopo di razionalizzare le azioni di salvataggio di aziende destinate al fallimento. …..Per non parlare degli enti per la gestione delle acque termali e per il cinema Nella gestione delle imprese pubbliche la logica imprenditoriale viene accantonata per privilegiare la logica spartitoria. Le imprese pubbliche si trovano a dipendere in maniera consistente dai trasferimenti pubblici. Se, negli anni '50, l'impresa pubblica aveva conseguito buoni risultati, il quadro cambia negli anni '60. Priva di strategie, nel periodo '63-'76, l'impresa pubblica perde, di fatto, la capacità di produrre profitti: i bilanci dell'Iri iniziano a segnare rosso nel ’63 (la siderurgia è fonte di perdite vertiginose), quelli dell’Eni nel ’69. Di converso, gli anni sessanta vedono un forte incremento della ricchezza prodotta dal settore produttivo privato, specie della piccola e media impresa, che, grazie agli elevati profitti e alla ridotta tassazione, dispone di mezzi propri per l'autofinanziamento; ne conseguono sensibili aumenti dei redditi; le performance del settore privato consentono di compensare le perdite del settore pubblico. Alla fine degli anni sessanta l'economia ha compiuto numerosi e duraturi progressi. In vent'anni il reddito è cresciuto più che in tutti i precedenti cento, la lira è una delle monete più forti del mondo, la bilancia commerciale registra un consistente avanzo, il numero di lavoratori agricoli è sceso a meno di quattro milioni. Zanussi, Ignis e Indesit primeggiano, in Europa, nel settore degli elettrodomestici, Olivetti è leader europeo per la fornitura di macchine d'ufficio, il settore turistico ha il maggior giro d'affari del mondo, l'industria automobilistica produce, nel 1967, un milione e mezzo di autovetture, la Montedison è una delle maggiori imprese chimiche d'Europa e, nel 1969, l'Italia dispone della maggior industria di raffinazione a livello europeo ed è uno dei maggiori produttori di energia elettrica da fonte nucleare. Inoltre, tra il '62 e il '74, l'incidenza delle esportazioni sul prodotto interno lordo passa dal 12 al 20%. Questo periodo sarà il più lungo in cui il saldo delle partite correnti con l'estero resta positivo. La storiografia economica fissa al 1964 la fine del miracolo economico. Esso, peraltro, non si esaurisce per morte naturale, ma alla sua conclusione contribuisce, in modo determinante, la stretta messa in atto, proprio nel 1964, per allentare la tensione sui prezzi manifestatasi tra la fine del '62 e il '64. L'inflazione è stroncata, ma la "cura da cavallo" cui è stata sottoposta l'economia del Paese interrompe un'espansione che ha avvicinato l'Italia alle economie dell'Europa occidentale. Una concausa della fine del grande periodo espansivo è stata la nazionalizzazione dell'energia elettrica del 1962; questa, infatti, si abbatte come un ciclone su un'economia ancora debole e in fase di strutturazione. I soldi degli indennizzi sono investiti in settori nei quali le ex aziende elettriche non sono competenti: ad esempio Edison e Sade investirono nella chimica, la Sme nell’alimentare. . Dopo gli aumenti salariali degli anni '69 - '70, va maturando una crisi economica che il primo shock petrolifero del ’73 rende manifesta.. Gradualmente, si evidenziano le prime incrinature; con incrementi dei prezzi dovuti alla rigidità delle grandi imprese, al costo delle materie prime e al costo del lavoro; l'inflazione inizia a radicarsi stabilmente (1973,10,8%; 74, 19,2%; 75, 17%: 76,17%: 77, 17%; 78, 17%; 79, 16%; 1980, 21,2%). In questo quadro, il secondo shock petrolifero del ‘79 sarà particolarmente duro e colpirà maggiormente, sia l'Italia, per l'acerbità del sistema produttivo che il Regno Unito per la sua obsolescenza. La crisi si abbatte sulle aziende pubbliche con effetti catastrofici. La flessione della domanda provoca perdite nei bilanci che diventano strutturali quando il management di stato e i politici che li proteggono teorizzano che è possibile produrre in perdita. Con la riduzione delle entrate fiscali aumentano i trasferimenti dello stato per coprire il disavanzo di bilancio: il risultato è che alla fine degli anni settanta il rapporto debito/pil ha raggiunto il valore del 66%.


Come già viso, il quadro economico del Paese è sconvolto dalla crisi relativa allo shock petrolifero del ’79; la dipendenza della nostra economia dagli idrocarburi rivela tutto il suo costo e la sua pericolosità. Si tenta una programmazione industriale, ma alle chiacchiere non seguono i fatti se non nel salvataggio di industrie e banche in crisi. Nella politica di salvataggio viene coinvolta principalmente la chimica di base (Montedison, Sir e Liquichimica finiscono all'Eni), l'Efim persegue autonome politiche espansive creando gravi squilibri economici e finanziari, i fondi di dotazione rappresentano un peso insostenibile per i bilanci dello stato. L'intervento di sostegno alle imprese si caratterizza, quindi, per una forte componente "assistenziale" a società non più remunerative, in settori obsoleti. Le stime sui ritorni economici che sarebbero entrati nelle casse dello stato dalla nazionalizzazione del settore elettrico si rivelano utopistiche, anzi, anche l'Enel entra in una crisi finanziaria di tale gravità che impone, nel 1973, la costituzione di un fondo di dotazione. Il settore, in mano privata produceva "vergognosi" utili per gli azionisti, in mano pubblica produce "democratici" debiti a carico del Paese. A seguito della prima crisi petrolifera tutti i maggiori paesi industrializzati avviano politiche di diversificazione delle fonti energetiche, per ridurre la dipendenza dall'estero; l'Italia che è il Paese con la massima dipendenza tra tutti quelli industrializzati, vara una serie di piani energetici, che prevedono ambiziosi programmi nucleari. Ma tutto resta solo sulla carta. Il solo centro di potere, del Paese, che spinge per un "ritorno al capitalismo puro" è Mediobanca che tenta di rimettere in linea di navigazione «le due uniche corazzate di cui disponeva il nostro asfittico sistema imprenditoriale: Fiat e Montedison». I primi risultati Cuccia li ottiene a Torino; prima, in collaborazione con la Deutsche Bank, porta, nel 1976, agli Agnelli superindebitati 415 milioni di dollari di investitori libici, e, poi, suggerisce di affidare i pieni poteri della Fiat a Cesare Romiti cui viene affidato il compito di riportare ordine e produttività nelle fabbriche gestite tra lo strapotere del sindacato e l'inefficienza del management. Nel 1981, Mediobanca conduce in porto l'operazione "privatizzazione della Montedison", contando sull'appoggio di Mario Schimberni al quale è stato affidato, nella Montedison, lo stesso incarico di Romiti alla Fiat. Un gruppo di privati (Agnelli, Carlo Bonomi, Marzotto, Orlando, Pirelli) acquista, da Montedison, Gemina (una scatola vuota riempita delle quote Iri ed Eni di Montedison), che, con meno del 20% del capitale, diventa il socio di riferimento. Nel 1986 Raul Gardini, alla guida dell'impero dei Ferruzzi, si impossessa della Montedison e, da quel momento, iniziano, per il "corsaro di Ravenna", una serie di eventi negativi, che culmineranno con il fallimento di Enimont, la joint-venture pubblico-privato, lo scandalo delle tangenti e il disastro del gruppo Ferruzzi. Nel decennio degli anni settanta, nei paesi più industrializzati i modelli keynesiani dell'economia entrano in crisi e si affermano le teorie liberiste dei Chicago-boys che ispireranno le politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il centralismo economico e i "dinosauri" di stato hanno invece grandi estimatori in Italia, dove nell'indifferenza di un'opinione pubblica rassegnata e drogata da media compiacenti si realizza un colossale spreco di risorse umane e materiali che non ha uguali nel mondo. Il 14 ottobre 1980 migliaia di impiegati e quadri della Fiat scesero in piazza per protestare contro le violente forme di picchettaggio che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare, da ormai 35 giorni. La manifestazione segnò un punto di svolta nelle relazioni sindacali: il sindacato capitolò e chiuse la vertenza con un accordo favorevole alla Fiat, iniziando una progressiva perdita di potere ed influenza che si protrasse non solo in Fiat ma nel paese. 

Nel 1979, riesplode la tensione sui prezzi del petrolio a causa della rivoluzione in Iran. L'inflazione nel Paese supera il 20% e occorre un'altra dura recessione per riguadagnare la stabilità dei prezzi; la recessione '80 - '84 è assai più pesante di quella del periodo 73-76 e costa al Paese una forte perdita occupazionale. Nel frattempo la dipendenza energetica dall'estero è aumentata, nel 1987 gli idrocarburi coprono l'80% dei consumi di energia del Paese, cosicché, a seguito della seconda crisi petrolifera, le perdite di bilancio dell'Enel, nel 1982, arrivano a 2.200 miliardi. A partire dal 1985 si assiste ad un progressivo deterioramento dei saldi di finanza pubblica, con l'esplosione del debito; dal 1983 al 1991 il rapporto debito su Pil subisce un’impennata: 70,8; 76,3; 82,7; 86,5; 90,6; 92,9; 95,8; 97,2; 100,5. La pressione fiscale aumenta vertiginosamente (dal 1981 al 1991 dal 31.1% al 39,2% del Pil) la spesa corrente resta fuori controllo e gli interessi per pagare il debito pubblico innescano un pericoloso circolo vizioso. GLI ITALIANI VIVONO AL DI SOPRA DELLE PROPRIE POSSIBILITA’ DILAPIDANDO L’EREDITA’ LASCIATA DALLA GENERAZIONE DEL DOPOGUERRA. La gestione delle aziende pubbliche ha completamente perso di vista i criteri dell'efficienza e della competitività. Un altro elemento distorcente dell'economia è rappresentato dai trattamenti retributivi dei dipendenti delle aziende pubbliche: la difesa corporativa dei salari di queste aziende prevale sulla difesa dei milioni di italiani che pagano bollette (elettricità, gas, acqua, telefono) gonfiate a causa di trattamenti retributivi altamente superiori alla media e nessuno pensa di porre un limite allo scandalo di stipendi del 30 - 40% più alti degli stipendi delle aziende private. Si dovrà aspettare il 2010 per un serio tentativo di equiparare normativamente e contrattualmente dipendenti del pubblico impiego e dipendenti privati. Nell'arco di quarantacinque anni la struttura dell'economia italiana è cambiata profondamente, ma quello che avrebbe dovuto essere il punto di forza del capitalismo e cioè il rafforzamento della competitività ha subìto i cambiamenti meno significativi, quando non negativi. La grande impresa è rimasta debole e il sistema finanziario cristallizzato in un immobilismo patologico, cosicché, i vecchi limiti del capitalismo, dell'essere senza capitale, della scarsa attitudine a rischiare, dell'abitudine ad adagiarsi sull'investimento dello stato sono rimasti una costante della politica industriale italiana. Dalla crisi degli anni settanta alcune aziende hanno tratto la forza per un rilancio e una rigenerazione; le piccole e medie imprese, reinvestendo gli utili, sono state in grado di affrontare le sfide dell'innovazione tecnologica se non addirittura della diversificazione dell'area di business, la grande impresa, per lo più, ha visto, invece, aggravati tre aspetti: il rapporto industria-finanza, la cultura imprenditoriale, la struttura familiare. Negli anni ‘80 si verifica , inoltre, un’esplosione della corruzione a livello dei vertici della politica e la nascita di quel sottobosco di faccendieri, politici locali falliti e corrotti, malavitosi, che resisterà a tangentopoli e che ritroviamo anche oggi nella politica e nell’economia del Paese.


Nel gennaio del '93, nasce il mercato unico. Le leggi comunitarie stabiliscono un limite agli interventi di sostegno dei singoli stati, cosicché il potere pubblico italiano non potrà più coprire le perdite delle imprese statali e, quindi, deve rinunciare a mantenere quella ridondante struttura parastatale che è sempre stata il perno del sistema clientelare e la causa principale del debito del Paese. Molti commentatori ed economisti dell’epoca prevedevano che l’Italia non sarebbe entrata nell’Euro tra i primi paesi, essi trascuravano il fatto che in Italia non è mai mancata la disponibilità a seguire una politica economica rigorosa; era necessario, però, che qualcuno gliene offrisse la possibilità e questa possibilità nasce dopo tangentopoli dalle ceneri del vecchio sistema. La cura da cavallo alla quale sono sottoposti gli italiani, tra il '92 e il '98, sortisce l'effetto voluto, e l'Italia, nel 1999, entra nell'Euro con i primi paesi. Giova ricordare che nel luglio 1992 si scatena una violenta speculazione sulla lira. Il 17 settembre 1992, la lira deve essere svalutata del 7% e successivamente deve uscire dal sistema monetario europeo; la lira, una volta uscita dal serpente monetario perderà fino al 30% del suo valore. In particolare Amato e Ciampi sono costretti a forti imposizioni su retribuzioni e patrimoni per cercare di contrastare il violento incremento del rapporto debito/Pil che nel 1994 raggiunge il massimo storico del 121,8%. Per avere un’idea del carico delle PPSS sul debito giova ricordare che nel 1991 gli apporti dello stato all'IRI, ammontano (a moneta 1990) a 41.776 miliardi, e che sull’Istituto grava un indebitamento di 55.000 miliardi di lire. Che la liquidazione dell’EFIM costa allo stato per il solo indebitamento 18.000 miliardi di lire. Non si può dimenticare che la Cassa del Mezzogiorno dal 1951 la 1992 ha drenato fondi per 279.000 miliardi di lire. Nell’agosto del 1992 Amato decide la trasformazione di tutte le aziende pubbliche in SPA e l’azzeramento di tutti i consigli di amministrazione; è questo il primo passo verso la privatizzazione delle PPSS. Il 7 febbraio 1992, nella cittadina olandese di Maastricht viene firmato il Trattato sull'Unione europea che da allora sarebbe stato conosciuto come Trattato di Maastricht. Il 1º gennaio 1999 nasce la Banca centrale europea (BCE)n che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Venivano distinte due ulteriori tappe: nella prima le moneta nazionali sarebbero continuate a circolare pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi con il futuro Euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite dalla moneta unica. Per passare alla fase finale ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare cinque parametri di convergenza: • Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%. • Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati). • Tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi. • Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio. • Permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale Alcuni economisti previdero che con i vincoli del trattato l’Italia avrebbe avuto anni difficili. Un timore giustificato e che fu aggravato dall’accettazione di un cambio lira /euro insensato a causa del timore del presidente del consiglio Romano Prodi che francesi e tedeschi lasciassero la lira fuori dall’euro. La Bce ebbe come unica missione quella di combattere l’inflazione senza preoccuparsi dello sviluppo. Per anni l’Italia, anche prima della crisi del 2008 è stata praticamente ferma e senza uno sviluppo significativo dovendo competere con il fardello del debito pubblico più grave d’Europa. L’Italia era impreparata ad affrontare un regime di cambio fisso in Europa, il quale già di per se comportava una limitazione della crescita dopo anni di svalutazioni competitive della moneta. Se finora ho analizzato le disfunzioni del capitalismo di stato, posso affermare che anche il capitalismo privato ha sofferto e soffre di gravi carenze. Va innanzi tutto osservato che le grandi famiglie del capitalismo italiano si reggono su un «equilibrio sbilanciato», che consente un enorme potere di controllo a fronte di un modesto impegno patrimoniale, grazie all'utilizzo del meccanismo delle scatole cinesi. Questi «furbi», come li chiamava Luigi Einaudi, «sono più interessati al mantenimento di un potere di controllo, ma anche di immagine e presenzialismo sui media, che non all'aumento di valore delle aziende controllate». Ancora negli anni '90, con la tecnica dei controlli a cascata e incrociati i grandi gruppi familiari controllano senza mettere troppi quattrini: a esempio, De Benedetti controlla il suo gruppo con solo il 2% di reale possesso, mentre il possesso della famiglia Agnelli nel gruppo Fiat è pari al 6%. La Banca d'Italia effettua, negli anni, diverse ricerche sul sistema imprenditoriale del Paese e arriva sempre alla conclusione che «l'obiettivo prioritario e assoluto del capitalismo privato italiano è l'assicurare la persistenza del controllo familiare e la difesa da possibili scalate». Le aziende così blindate, al riparo da mani ostili, sono veri e propri oligopoli indifferenti alle leggi del mercato e della concorrenza. Il quadro del sistema economico italiano non è completo senza uno sguardo alle rovine di quella che si definisce la stampa italiana. I grandi giornali italiani non fanno capo a editori puri, ma a gruppi industriali; Stampa e Corriere, alla Fiat, Repubblica a De Benedetti, Il Giornale a Berlusconi, Il Tempo e Il Mattino ai Caltagirone, Il Sole24 Ore alla Confindustria. 
In tutto l'arco degli anni novanta il leitmotiv della cronaca economica italiana è stata scandita da due teoremi la new economy e le privatizzazioni Obiettivamente va osservato che un evento di sicura valenza degli anni novanta è l'estromissione dalle aziende di stato dei vecchi boirdi, espressione dei partiti, e la sostituzione con un nuovo management (Demattè, Bernabè, Cimoli, Tatò, Gros-Pietro, Passera, Spaventa, Visentini, Celli). Questo evento segna sicuramente una svolta, perché pone al nuovo management l'obbligo di eliminare il vincolo del "ruolo sociale" dell'impresa pubblica e di rendere efficienti aziende fondamentali per il sistema economico di qualunque Paese. Telecom. Le modalità della privatizzazione erano state decise dal governo Ciampi; il controllo della Telecom sarebbe dovuto passare a un nucleo stabile, a maggioranza italiana. L'altro fronte di attività, per Maccanico (ministro poste e tlc), è quello della costituzione di un'Authority unica per Tlc e Tv. Rai e Mediaset si mettono d’accordo per evitare ogni forma di interferenza sullo status quo. Il 3 novembre 1998, la lussemburghese Bell, controllata da un gruppo di bresciani, riuniti attorno a Emilio Gnutti e Roberto Colaninno, annuncia di avere il controllo di Olivetti con la quale avvia la scalata alla Telecom: alla resa dei conti gli azionisti si trovano, da una parte l'offerta di 117 miliardi dell'Olivetti, dall'altra la fusione con DT. Il 21 maggio gli investitori premiano Colaninno; a sorpresa Franco Bernabè esce sconfitto. Si concretizza il maggior takeover mai realizzato in Europa. Nel 1993 i gioielli del sistema bancario italiano, Comit e Credito Italiano vengono cedute a Mediobanca (mezza pubblica e mezza privata) per il cosiddetto piatto di lenticchie; in questa occasione Cuccia sconfigge un’altra volta Romano Prodi, che come Presidente dell’Iri aveva più volte tentato di farlo fuori. Sul versante delle Poste, la trasformazione dell'Ente in S.p.A., la scelta di Corrado Passera e l'utilizzo della rete di sportelli più diffusa sul territorio nazionale per entrare, a pieno titolo nel settore del credito, si rivela la strada giusta per rilanciare un "baraccone" alla mercé dei sindacati, dell'indisciplina e dell'inefficienza. Il 30 giugno 2000, segna la data dell'ultima assemblea dell'Iri. Se il contenitore Iri è stato posto in liquidazione, il tesoro ha ereditato, tra le più importanti, la proprietà della Rai, il controllo di Finmeccanica, la Finmare, la Fincantieri, la Tirrenia, l'Alitalia. Queste nuove società si aggiungono alle già controllate Enel, Eni, Ferrovie, Poste, Azienda tabacchi, Poligrafico e a una grande quantità di altre partecipazioni. A Iri, Efim, Egam, Gepi si sostituisce il Ministero del Tesoro la più ricca società conglomerata del pianeta. Fortunatamente la siderurgia di stato, un bubbone che nessun manager di stato era riuscito a sanare, trova acquirenti in grado di assorbirne anche i debiti. La disponibilità dei privati a farsi carico di rami d'azienda strutturalmente deficitari e delle loro 25 mila unità lavorative apparve temeraria, la perdita netta di tutte le imprese ammontava a 1.450 milioni di Euro nel '92, 2.745 nel '93, a 745 nel '94. Ma, dal '95 fino a tutto il 2000 quest'insieme di imprese presenta utili netti tra i 300 e i 600 milioni di Euro all'anno. Nel 1993 era stata realizzata la privatizzazione parziale di Finmeccanica, che controlla industrie aerospaziali, ferroviarie, energetiche, elettroniche, per un incasso di 11.022 miliardi, ma il Tesoro mantiene il 30% del capitale. Il processo di privatizzazione dell'Eni è bloccato, lo stato detiene, infatti, il 35,33% delle azioni. Nel novembre '99, il tesoro cede il 31,74% delle azioni dell'Enel (incassando 31.045 miliardi), mantenendo anche la golden share. In perenne perdita si trovano le Ferrovie dello stato, che dovranno fare anche i conti con l'avvio della liberalizzazione. Infatti la proprietà della rete delle Fs è stata scorporata dal servizio di trasporto passeggeri e merci e sono state già concesse le prime concessioni. Nel 2000, le perdite sono 2.650 miliardi; d'altra parte, la politica corporativa, portata avanti per anni, fa sì che un ferroviere guadagni il 68% in più di un edile, il 62% in più di un addetto al commercio, il 45% in più di un dipendente dell'industria; negli ultimi sette anni lo stato ha destinato alle Fs quasi centomila miliardi per offrire agli italiani un servizio che è ben lontano dallo standard europeo. L'Alitalia continua a dominare il trasporto aereo nel Paese, con una quota di mercato superiore al 70%; nessuna delle grandi compagnie estere è riuscita a sfidarla sui voli interni; il bilancio Alitalia 2001 chiude ancora con una perdita di 907 milioni di euro. Nella stessa disastrosa situazione dell'Alitalia si trovano Swiss Air e Sabena. La situazione non è diversa nel settore del trasporto marittimo, dove il volume dei sussidi concessi dallo stato ostacola l'ingresso di qualunque nuovo concorrente. Non va dimenticata l'industria delle scommesse, che con trentacinquemila miliardi di fatturato, figura al quinto posto dopo Eni, Telecom, Fiat e Montedison.. L'Ente tabacchi continua la sua vita grama, portando nelle casse dello stato, nel 1999, 7 miliardi di utili su un fatturato di 1.778 miliardi, il Poligrafico dello stato perde, nel 1999, 15 miliardi. Sulla Rai un colosso con ricavi per 4.911 miliardi, che, nonostante il canone, produce utili per soli 142,7 miliardi, è meglio non infierire. Di converso, con la Telecom Italia, completamente libera dall'abbraccio pubblico, abbiamo assistito alla definitiva caduta del monopolio telefonico. L'acceso confronto sul mercato ha procurato sensibili benefici ai consumatori; Cheli, presidente dell'autorità delle comunicazioni, ha stimato in 4.000 miliardi i risparmi ottenuti nel 1999 e ne ha previsti altri 6.500 miliardi entro il 2002. La spirale virtuosa della concorrenza ha dato i suoi frutti sul piano della riduzione dei prezzi, sul miglioramento della qualità dei servizi, sull'occupazione. Alla fine del 2000 Telecom figura al primo posto per capitalizzazione di borsa con 138.000 miliardi, al secondo posto troviamo Tim, con 120.000 miliardi (al terzo Eni, con 108.000 miliardi, poi Enel con 102.000 miliardi e Generali con 100.000 miliardi). Seat Pagine Gialle viene privatizzata, nel 1997, per 3200 miliardi. Una cordata capitanata dalla Edizione Holding, la finanziaria della famiglia Benetton, nell'ottobre '99, ottiene dall'Iri, per 5.000 miliardi, il 30% della società Autostrade, con 3.120 chilometri di rete autostradale, società che è stata completamente privatizzata attraverso un'offerta pubblica di vendita delle rimanenti azioni (per un incasso di 8.500 miliardi). Autostrade e Autogrill vengono vendute separatamente, ma il gruppo Benetton, alla guida delle cordate che hanno acquistate entrambe, comprende la straordinaria sinergia che può nascere dall'integrazione delle due società. Il gruppo Benetton entra anche nel business delle Grandi stazioni. Nel giugno del 2000, il 51,18% della società Aeroporti di Roma (AdR) è stato aggiudicato dall'Iri alla cordata Leonardo, guidata da Gemina di Cesare Romiti. Il risanamento dei conti pubblici segue il suo corso, eliminato l'inconveniente del ripianamento dei debiti delle aziende di stato, ridotti gli interessi da pagare sul debito, ridimensionato il meccanismo delle tangenti, nel 1999, il deficit del bilancio pubblico è pari all'1,9% del pil, il più basso dal 1961. Resta enorme il debito pubblico, nel 1999 è pari al 114,9% del pil; più basso del picco del 121,8% del 1994, ma pur sempre molto lontano da quel 60% richiesto dal trattato di Maastricht. Ci sarà una tendenza alla riduzione fino al 103,6% del 2004 per poi riprendere e superare ancora il 120% nel 2011. La crescita del pil continua a scendere 5,7% negli anni sessanta, 3,6% nei '70, 2,2% negli '80, 1,3% nei '90; nella classifica mondiale del pil pro capite, tra il '90 e il '99, siamo scesi dal 13° al 18° posto. Questo dato negativo è, anche, il risultato del basso tasso di partecipazione della popolazione alla forza lavoro: il 41,5% contro valori ampiamente superiori al 50% di tutti gli altri paesi industrializzati. Un elemento negativo resta la bassa competitività; secondo Business international ed Economist intelligence unit, l'Italia figura solo al ventitreesimo posto. In testa l'Olanda, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti.


Siamo alla fine tempi attuali ,crisi e tante concessioni, Alla Fiat, tante svendite, Telecom Alitalia, tanti esuberi, e tanta bugia dare colpe agli altri di quello che inizialmente NEGLI ANNI 90 HANNO PROVOCATO LORO STESSI.
i VOLTI DEI POLITICI ITALIANI SONO INAMOVIBILI DELLA PEDANA PUBBLICA, SEMBRANO DINASTIE DITTATORIALE , NULLA FANNO PER REGOLARIZZARE LA LEGGE ELETTORALE DEL PAESE PERCHÉ FARLO VUOL DIRE CHE...FORZE IL POPOLO LI FACCIA CADERE.


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